Descrizione
Rito funebre e amoroso
monologo di Alberto Savinio
regia e interpretazione Marco Sgrosso
disegno luci Loredana Oddone
cura del suono Roberto Passuti
produzione Le belle bandiere
Folgorazione. Questa è la parola che determina le mie scelte quando intraprendo un percorso teatrale in solo; la parola che periodicamente riaccende il desiderio o la necessità di un confronto con me stesso, i miei ricordi, la nostalgia della vita che scolora e il bisogno prepotente di oblio, con le mie passioni e con le mie paure, le mie capacità e le tante incertezze. La parola che mi dà il coraggio e l’ebbrezza di tentare un nuovo salto nel vuoto.
Quasi sempre l’aggancio attiene alla fascinazione prodotta in me dalla lettura di un testo, non necessariamente un’opera teatrale, che smuove qualcosa di profondo, tocca una corda sensibile e mi infiamma. È accaduto così con Ella di Herbert Achternbusch, testo che non a caso ha una forte attinenza con questo di Alberto Savinio; poi di nuovo con le Memorie del sottosuolo di Fedor Dostoevskji e più recentemente con A colpi d’ascia di Thomas Bernhard. Un filo sottile unisce queste opere così diverse, scritte da autori diversi in tempi distanti: i ritratti scomodi di personaggi malati, obliqui, arrabbiati e appassionati, violenti e tenerissimi, in lotta feroce con le proprie pulsioni e alla ricerca di una sofferta ridefinizione della propria identità; tutti avvolti, stritolati e alla fine ‘liberati’ da un fiume di parole che non sono soltanto strumenti di senso e di racconto, ma soprattutto partitura della loro anima.
Nel caso di Emma B. la folgorazione non nasce soltanto dalla lettura del testo di Alberto Savinio, ma anche dalla memoria vivida di un allestimento visto in teatro molti anni fa con Valeria Moriconi, la cui ‘azione scenica’ asciutta e tagliente, in cui gesto e parola si fondevano in un’espressività fisica che scolpiva lo spazio, mi entrò nel cuore come un coltello affilato nel burro. Dalla memoria di quella visione e delle parole scolpite in un modo così intimo in quel corpo di attrice è nato il desiderio di rileggere il testo di Savinio e poi la sfida di metterlo in scena. Non credo di avere capito quale demone interiore mi ha spinto a tentare questa ardita esposizione in un ruolo scritto per una donna; certamente, a favore di questa scelta, gioca il desiderio di indagare la parte femminile che ogni uomo, e ogni attore in modo particolare, porta in sé. A questo si aggiunge il desiderio di rendere omaggio alla memoria di un’attrice che in diverse occasioni mi ha stimolato uno stato di esaltazione creativa e la curiosità di scoprire nel corpo e nella voce quella ferita preziosa che ci hanno lasciato coloro che, in forme diverse, abbiamo riconosciuto come Maestri.
Ma, al di là di queste motivazioni, resta il testo di Alberto Savinio, con la sua struttura narrativa compatta e tagliente, con la sua intrigante ambiguità in bilico tra passione e gelo: testo che, a 75 anni dalla prima pubblicazione, conserva ancora un fascino oscuro e una stupefacente freschezza di scrittura, dove il naturalismo è inquinato da pause, diversioni e incrinature che ne fanno una partitura per voce sola in equilibrio tra espressionismo e simbolismo. Non ultima, c’è l’urgenza di ritornare periodicamente alla memoria che rimanda alle radici e alla biografia personale. La perdita del figlio denunciata da Emma e la sua ostinata strategia tesa ad un’immaginaria riconquista mi riporta al ricordo della scomparsa precoce di mia madre e a quell’esigenza inappagata di un ricongiungimento impossibile: lo stesso grido interiore che venti anni fa mi spinse a misurarmi con Ella. Ma se nel testo di Achternbusch possiamo presumere che sia il Figlio, in uno struggente rito di immedesimazione, a narrare in prima persona femminile la vita disastrosa della madre perduta, in Emma B. vedova Giocasta è dichiaratamente la Madre che racconta l’implacabile attesa del figlio tanto amato.
Varchi di luce tagliano lo spazio come lame; un orologio a pendolo scandisce il tempo, inesorabile.
Emma è allo specchio e attende, pronta alla resa dei conti. Si alza lentamente ed estrae dal seno una lettera. Quando comincia a parlare, il flusso delle parole collega passato e presente aprendo uno spiraglio inquieto verso il futuro. La parola abita il corpo e diventa azione, partitura fisica e sonora che scolpisce lo spazio. Fioriscono immagini, ricordi, contrasti ed emozioni; da una valigia, accompagnate dal canto dolcissimo di un basso profondo, emergono le tracce di un tempo lontano mai perduto; da un cassetto – a coronamento del rito – gli strumenti di una seduzione immaginaria e liberatoria.
Siamo in un comune interno borghese oppure in una stanza della memoria, una delle tante che ci affollano l’anima? Senza filtri, con sincerità sfacciata e provocatoria ma senza perdere l’eleganza dell’autore di classe, Savinio racconta la storia di uno strappo feroce che anela con sottile violenza alla ricomposizione, mentre le figure complementari della Madre e del Figlio prendono corpo nello stesso corpo nel corso del monologo, sottotitolo scelto dall’autore: un parlare a sé stessi ma anche a qualcun altro, in totale solitudine. La voce limpida di Iva Zanicchi canta “Testarda io, che ti amo più di così…”, le note di un tango allegro e struggente accompagnano la passione che non muore. E il rito, funebre e amoroso, si compie. Ma chi parla è un uomo o una donna? E chi sono io, terzo incomodo e curioso in questa storia dolceamara di legami negati e furenti? La risposta verrà nel corso del lavoro, ma se sarò fortunato non sarà una risposta definitiva… (Marco Sgrosso)